Archive for the 'amarcord' Category

fuori corso

novembre 30th, 2011

Sono seduta in un caffè di fronte alla facoltà, in attesa che lo sportello dello studente apra, per sistemare una cosa burocratica. In questo bar, che nel frattempo ha cambiato 100 nomi e 100 pelli, ci ho cazzeggiato per anni. Troppi. Prima di andare a lezione, dopo le lezioni e durante le lezioni, quando si smaltiva la bisboccia della sera precedente tra lamentele e aneddoti sui libretti universitari gettati dalla finestra direttamente in mezzo a via balbi da professori ammantati di mitologia. Alla radio i Nirvana, e Kurt Cobain era vivo, e internet non c’era, e neanche il cellulare in mano a cani e porci, e gli studenti telefonavano con la scheda nei telefoni arancioni [il gettone no, per carità, quello era prima].
L’immancabile caffè doppio davanti, me ne stavo seduta proprio qui, coi jeans e le clarks, la faccia acqua e sapone. E non ci capivo un cazzo tanto quanto, non sapevo chi ero e cosa volevo e neanche da che parte ero girata. Non erano gli anni delle ideologie, delle grandi battaglie, dei cortei. In quegli anni lí, i novanta, eravamo disillusi, orfani di cose da sognare, e se mi è capitato di ritrovarmi a un seminario di lotta comunista era solo per colpa di uno strafico. Ma quale politica? La mia indifferenza era totale, più della confusione, e mi definiva solo la certezza di ciò che non volevo essere. Sostanzialmente mi interessavano de andrè, la letteratura e il teatro. Mangiavo pezzi di focaccia seduta su uno scalino e girovagavo per i miei vicoli, passando da un amore all’altro.

E non ci posso credere che sono ancora qui a menarmela con la tesi da fare.
Non è che non abbia costruito niente in questi anni, ma è come se avessi voluto lasciare la porta accostata su quella vita. Un piede fuori, nel mondo vero, e un piede dentro quella vecchia clark. Nella gioventù, diciamo.
Ci vuole talento anche a prolungare la propria adolescenza in questo modo, tutto sommato, ma ora bisogna crescere ;)

stabat mater

maggio 4th, 2011

abbazia stabat mater, tiglieto (courtesy pucci)

dopo di loro

agosto 21st, 2009

torno dal funerale di fernanda pivano.
chi ci sarà dopo di lei, a raccogliere la sua eredità? e dopo di lui? e di lui?
questa città non ce li ha ancora gli eredi. spero solo, quando ci saranno, di essere ancora testimone. le cose che hanno lasciato sono beni preziosi per tutti, senza date di scadenza, ma averli vissuti sulla propria pelle è stato un grande privilegio e rende tutto ancora più importante. così la tartaruga cantata da mia madre [e a dire il vero la cantiamo ancora tutti per la piccola cate] ha un altro sapore, e ricordo le canzoni di de andré uscire dall’autoradio durante interminabili viaggi sulla fulvia coupé puzzolente di sigarette e spoon river edizione economica nei pomeriggi dopo la scuola.
nostalgia canaglissima… dentro di me c’è anche un po’ di loro, ma sono felice di invecchiare così.

la finestra che non c’è più

giugno 6th, 2009

la finestra che non c'è più

vecchie foto

giugno 4th, 2009

sono passati solo quattro anni. faceva caldo, eravamo a una riunione di famiglia, nel nostro paese d’origine. noi due ragazzi in mezzo a tanti nonni e zii e genitori. tutti si lamentavano perché scattavo primi piani senza sosta, ma sorridevano.
ufficialmente eravamo lì per festeggiare il tuo compleanno, in realtà si festeggiava la la vita presa per i capelli un attimo prima di fuggire via. là fuori, per te, c’era una bmw nuova di zecca e un bel pranzo.
solo quattro anni.

oggi riguardo quelle foto e il nonno, allora ancora valente e testardo, vegeta davanti a una finestra tutto il giorno, non sa più chi siamo, non cammina, gioca un po’ con la cate, ma solo perché quella metterebbe allegria anche a un sasso. la nonna è più magretta, perde qualche colpo, ma nel complesso, per essersi fratturata due braccia e la faccia cadendo dalla scala, regge alla grande. la tua, di nonna, è ormai più simile a un grosso ortaggio appannato, che alla vecchia e fiera maestra di un tempo, non aiuta più nessuno a compilare i moduli e sta sempre a casa con la badante ecuadoriana. tuo nonno è morto pochi mesi dopo quella foto, rideva ed era una cosa rara, così l’hanno usata per la tomba. lo zio a., eterno scapolo e ballerino provetto, ha avuto un ictus e non può più ballare; anche lui se l’è vista brutta, ma la tenacia l’ha premiato restituendogli almeno la parola e la parte sinistra del corpo. i nostri genitori, a parte un’altalena di chili e qualche sigaretta di meno, sono sempre uguali. anche io sono la stessa di sempre, distratta e tonda, mentre la casa è disabitata da due anni, i fiori curati non ci sono più, crescono le erbacce tra una piastrella e l’altra. e c’era una finestra con un panorama dolcissimo, ma non c’è più neanche quella: il comune l’ha fatta murare.
a volte invidio mio nonno, perché non si ricorda niente, perché ha cancellato gli ultimi trent’anni e non si ricorda neppure che sei esistito.

un po’ come leonardo

maggio 5th, 2009

chissà perché oggi mi è venuto in mente che da piccola sognavo di inventare macchine che risolvessero grandi problemi dell’umanità. nei viaggi in macchina interminabili mi appiccicavo al finestrino e pensavo a come risolvere certe questioni dei grandi.
una delle più perfezionate era la fabbricatrice di mattonelle create con la spazzatura e funzionava così: prendevi la rumenta, la mettevi in questa specie di dolceforno, però gigante, si fondeva tutto e ne uscivano delle specie di mattonelle tipo asfalto con cui tutti erano obbligati a fare le strade. non era chiaro che fine facessero le puzze e le mattonelle da smaltire (qualche inconveniente tipo acerra, insomma).
un’altra era la risucchiatrice di smog: ogni tanto si azionava questo enorme tubo aspirapolvere e si risucchiava via lo smog da strade e palazzi e poi si svuotava il sacchetto nello spazio e cazzi delle altre galassie. volevo salvare il mondo, mica l’universo. un modello peraltro utilizzato, a mia insaputa, dai paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo.
un’altra, quella con cui sarei potuta diventare più ricca di bill gates, era una specie di microonde in cui infilare il cibo e, sfruttando una qualche forza della fisica, privarlo totalmente di energia, ovvero di calorie :-)

polaroid dalla provenza

febbraio 26th, 2009


io non ho un ricordo lineare e discorsivo, ho piuttosto delle polaroid olfattive.
l’alga mi ha fatto tornare in mente la prima vacanza da sola, in provenza. avevo diciassette anni, cioè quasi vent’anni fa. sob.
mi ricordo tre ragazze abbastanza sprovvedute ma euforiche sul binario di principe con tre enormi valigie. le tovaglie a fiorellini e i mobili colorati, dipinti a mano e tutti diversi, di un piccolo albergo gestito da una coppia simpatica. una roba alla colette. quegli alberghetti fascinosi e slow con le torte fatte a mano per colazione. ospitalità che oggi ti puoi sognare, tra una catena e l’altra, piene di oggetti in serie, saponette e burrini confezionati. il mercatino di arles sotto il sole di luglio, sequenza infinita di stoffe, biancheria antica, vecchie cassettiere e uniformi: una magia olfattiva tutta francese. e poi il paese degli zingari, saintes maries de la mer, a cavallo con la vale in mezzo ai fenicotteri. le croque monsieur e le insalate che ho imparato ad amare proprio lì e un mal di testa colossale e noi tre sul letto a testa in giù per tenere le gambe sollevate dopo una giornata a girare come pazze. io che disegno vetrate [palazzo papale?] ad avignone. un vestitino molto francese a pois bianchi, che forse è ancora da qualche parte (anche se ormai mi ci entra giusto una gamba) e, taglia a parte, mi chiedo se sono la stessa di allora. in una cosa di certo non sono cambiata: avevo speso tutti i soldi in regalini da portare al ritorno, soprattutto saponi, stoffe e lavanda per le nonne.

la tua prima vacanza, invece?

le scatole dei cordi

gennaio 1st, 2009

è dai tempi in cui non mi perdevo una puntata di arnold che ho istituito, come lui, la scatola dei cordi. forse per la fatica a disfarmi dei simboli o forse soprattutto perché ho davvero poca memoria, avere un luogo in cui custodire diari, lettere, foto, ritagli, cartoline, biglietti, sassolini e piccoli oggetti è diventato uno storage affettivo irrinunciabile.
inizialmente era una scatola sola con le cose più significative di una vita; quelle che porteresti via se divampasse un incendio all’improvviso, tanto per dire. poi si sono aggiunti i cordi di viaggi importanti e le scatole si sono moltiplicate. poi la scatola dei cordi del matrimonio e ora la scatola dei cordi per la nascita della cate, anche se questa è sua, non mia :-)
insomma, che se faccio un trasloco adesso mezzo ducato se ne va via di questi contenitori. considerando che ho tenuto diari per quasi vent’anni, fate un po’ voi. fortuna che nel tempo molti ricordi sono fisicamente finiti nella soffitta dei miei genitori e – più che l’onor poté il digiuno – la famiglia di ghiri che ci vive ha ottimizzato lo spazio di due terzi della mia vita facendoseli fuori.
forse per il 2009 dovrei prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di affittare uno spazio in un hotel delle cose

update

maggio 9th, 2008

dopo aver scritto il post precedente ho trovato una cosa che guardavo più di trent’anni fa: il cartone animato dell’erba musicale. questa è la più grande soddisfazione di oggi.
già che c’ero ho fatto una full immersion nelle sigle che hanno segnato profondamente le mie aspirazioni culturali e il mio orientamento etico ed estetico [come quelli di chi è nato tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta]. ecco alcune delle pietre miliari:

barbapapà - che ce li avevo di gomma e ora sono tornati di gran moda - portobello - salotto, pendolo che mi terrorizzava, mio nonno in poltrona – isotta - la cantavamo sempre in macchina in autostrada e nel ritornello mio papà strombazzava il clacson dell’erre quattro azzurrina – ci vuole un fiore - le sue insanabili contraddizioni sono il motivo per cui poi mi sono iscritta a filosofia, ne sono convinta – capitan harlock - uno strafico. una mia compagna delle elementari si teneva la sua foto nelle mutande

e i vostri?

wishlist

gennaio 21st, 2008

quando facevo le secchiate, a tre giorni dall’esame facevo sempre un giochetto per torturarmi un po’ e per pregustare la futura libertà di quei tre giorni dopo esame in cui nessuno ti può scassare i coglioni e sei alieno dai sensi di colpa se non tocchi un libro, ti sbronzi e dormi fino a tardi.
facevo delle liste di cose che avrei voluto fare in quel momento invece di essere nella biblioteca di lettere o in quell’orrida sala marrone di via balbi.
credo di avercele ancora, da qualche parte infondo agli appunti.
tra quelle cose campeggiava pattinare, che non mi fa neanche impazzire, ma mi sembrava la quintessenza della goduria rappresentabile. certo, avrei potuto scriverci sconvolgermi ad amsterdam o altre cose, ma pattinare era più alla mia portata [e poi in quel periodo ero una single tormentata].
ecco, stasera potrei arrampicarmi nel soppalco, tirare giù i vecchi roller e andarmene al porto antico.
probabilmente non lo farò, perché vado già in palestra, perché devo provare il tofu dell’alga coi carciofi, perché il cielo è di nuovo plumbeo e perché la mia compagna di pattinaggio è al quinto mese di gravidanza.
ma questo potrei mi fa gongolare tantissimo.

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