tu chiamale, se vuoi, emozioni

estrellita gennaio 9th, 2010

Pesci (19 febbraio – 20 marzo)

Quando il mio agopuntore m’infila un ago nel petto, a volte i miei piedi hanno una contrazione involontaria. Un ago nel lobo dell’orecchio, invece, può farmi cadere una mano dal tavolo mentre uno sul naso può farmi pulsare il fegato. In questo modo ho imparato che le parti del nostro corpo sono collegate in modi tutt’altro che ovvi. Ti invito a estendere questo concetto ai collegamenti tra i diversi aspetti della tua vita. Come influisce il tuo atteggiamento nei confronti dell’amore sulla tua abilità di attirare denaro? La tua capacità di essere felice è influenzata in qualche modo dalle tue opinioni politiche? Che impatto ha sulla tua salute il giudizio che hai degli altri? Tutto è collegato più di quanto voi Pesci lungimiranti possiate immaginare.

prendo spunto da rob per raccontare una cosa sull’agopuntura. è cronaca, ragazzi, liberi di credere o meno all’efficacia della cosa, però a me è capitata ed è stato incredibile come fare un giro sull’ottovolante in piena notte in pigiama.
sono stata da un agopuntore, tempo fa, che per curare il mio dolore al polso mi piazzava aghetti in posti assurdi. fin lì niente di strano, poi un giorno mi ha piazzato un ago al centro della pancia e se n’è andato per mezz’ora. ebbene, in quel dannato lasso di tempo, io ho iniziato a ridere, senza un motivo, di quei risolini che fai da piccola a scuola e non riesci a smettere anche se sai che l’insegnante prima o poi ti becca e sono cavoli. erano risolini isterici e cercavo di non fare troppo rumore, ma era incontenibile, come quel tizio che in tu ridi dei taviani ride nel sonno, ad ogni giro di lancetta sull’orologio, io ridevo di più, ridevo così tanto che mi facevano male gli addominali. ridevo come una pazza, da sola, in mutande, stesa sul lettino. poi piano piano qualcosa in gola si è raggrumato, ho avvertito distintamente  gli angoli della bocca incurvarsi in una smorfia amara e la risata si è trasformata in un ghigno, una smorfia e mi bruciavano gli angoli degli occhi. piangevo senza riuscire a fermarmi, senza una ragione. un pianto atavico, che veniva da lontano. le lacrime scendevano calde e lente, a formare due pozzanghere sulla carta, un lago di grandissima tristezza. poi l’agopuntore, un coreano di poche parole, è rientrato e mi ha detto bene.
una cosa del genere mi è successa solo un’altra volta, tantissimi anni fa. avevo diciassette anni, ero in vacanza in provenza con una mia amica e sono letteralmente volata da un’enorme scalinata di marmo dentro alla fondazione van gogh. sono atterrata infondo allo scalone senza neanche un graffio o un livido. intorno a me c’era un capannello di turisti e io non riuscivo a credere di non avere l’osso del collo spezzettato. mi ricordo che avevo pianto per lo spavento e poi la direttrice del museo mi aveva dato un bicchier d’acqua con un’impronta di rossetto così enorme che avevo iniziato istantaneamente a ridere senza più riuscire a fermarmi.

2 Responses to “tu chiamale, se vuoi, emozioni”

  1. algaon 11 gen 2010 at 01:46

    cavoli.
    questa sì, che è un’esperienza.

  2. estrellitaon 11 gen 2010 at 15:31

    cosa, cadere dalle scale o l’ago nella panza? :D

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