eppure sono più forte proprio adesso, in un momento di oggettiva difficoltà e priva di appigli molecolari.
assomiglio, come dire, a un grosso scatolone: più sembro fragile a tutti, perché rotolo nel vento, più imparo a rimbalzare. a oppormi quando è necessario, ad accogliere, se è il caso. a stare in silenzio, ma a stare. insomma: a porre con la mia presenza una questione.
l’involucro forse si è un po’ sfregiato, a giudicare da certe foto di una decina di anni fa, ma il vecchio cartonaggio regge sempre. le etichette vanno e vengono, e chissene.
mi sono alzata prestissimo per dare un’occhiata in giro, perché alla sera sono così stanca, così satura che, mio malgrado, la vista dello schermo mi nausea.
fuori c’è uno strano odor di neve, gli altri dormono fitto, vecchio gatto compreso.
penso con ansia al gennaio che verrà, quando dovrò svegliarmi, lavarmi, vestirmi, portare caterina all’asilo e tornare qui, combattuta tra la casa da riordinare, studiare per la tesi, studiare per l’esame di stato, guardare il saldo in banca, guardare gli annunci di lavoro con un nodo allo stomaco sempre più stretto.
mi sento una diga sul punto di esplodere.
quest’anno proprio non ci si sintonizza, non c’è niente da fare. non sento spirito.
avrei alcune richieste da porre, ma forse potrebbero essere inglobate in una più grande: essere ibernata e risvegliarmi ai primi di settembre 2012, magari nella vasca termale dello sport hotel panorama di fai della paganella in dolce compagnia della mia secca metà. magari un po’ più secca anche io, che non guasta. a condizione, però, di ritrovare al mio risveglio un paio di cose fatte:
figlia obbediente e gatto ringiovanito
il secco definitivamente guru di ga
esame di stato ed esame di laurea superati
abitare in un’altra città e fare un altro lavoro
apro la posta dell’ufficio. è intasata.
scandaglio, già sapendo, in un remoto angolo della mia mente, che c’è da qualche parte il solito comunicato incudine, di un ufficio stampa giurassico che mi intasa con le solite mail [ma come fa un file di solo testo a pesare quasi un mega, poi?]. oggi però si supera ogni possibile immaginazione.
non solo si tratta del comunicato di una mostra [davvero orribile, peraltro].
è pure corredato di una foto che da sola pesa 3 mega [voglio proprio vederla quest'opera d'arte].
apro l’allegato. la foto ritrae un quadro e tre persone davanti all’opera! [da un lato forse è anche meglio, visto che il quadro è inguardabile].
Sono seduta in un caffè di fronte alla facoltà, in attesa che lo sportello dello studente apra, per sistemare una cosa burocratica. In questo bar, che nel frattempo ha cambiato 100 nomi e 100 pelli, ci ho cazzeggiato per anni. Troppi. Prima di andare a lezione, dopo le lezioni e durante le lezioni, quando si smaltiva la bisboccia della sera precedente tra lamentele e aneddoti sui libretti universitari gettati dalla finestra direttamente in mezzo a via balbi da professori ammantati di mitologia. Alla radio i Nirvana, e Kurt Cobain era vivo, e internet non c’era, e neanche il cellulare in mano a cani e porci, e gli studenti telefonavano con la scheda nei telefoni arancioni [il gettone no, per carità, quello era prima].
L’immancabile caffè doppio davanti, me ne stavo seduta proprio qui, coi jeans e le clarks, la faccia acqua e sapone. E non ci capivo un cazzo tanto quanto, non sapevo chi ero e cosa volevo e neanche da che parte ero girata. Non erano gli anni delle ideologie, delle grandi battaglie, dei cortei. In quegli anni lí, i novanta, eravamo disillusi, orfani di cose da sognare, e se mi è capitato di ritrovarmi a un seminario di lotta comunista era solo per colpa di uno strafico. Ma quale politica? La mia indifferenza era totale, più della confusione, e mi definiva solo la certezza di ciò che non volevo essere. Sostanzialmente mi interessavano de andrè, la letteratura e il teatro. Mangiavo pezzi di focaccia seduta su uno scalino e girovagavo per i miei vicoli, passando da un amore all’altro.
E non ci posso credere che sono ancora qui a menarmela con la tesi da fare.
Non è che non abbia costruito niente in questi anni, ma è come se avessi voluto lasciare la porta accostata su quella vita. Un piede fuori, nel mondo vero, e un piede dentro quella vecchia clark. Nella gioventù, diciamo.
Ci vuole talento anche a prolungare la propria adolescenza in questo modo, tutto sommato, ma ora bisogna crescere ;)
ci sono periodi, a volte molto lunghi, in cui tutto sembra separato, a compartimenti stagni. e non va mai bene. poi passano gli anni, vengono al pettine certi nodi, certe faccende che si credevano risolte e invece sobbollivano come un malestrom in un fiordo, e così ci si deve fermare ad analizzare, mentre il mondo se ne strafrega e va sempre al galòp, senza pietà. e sotto i ponti passano acqua, molecole varie, buio, sogni, vite intere.
poi ecco ad un tratto, che, quando meno te lo aspetti, scopri che ti viene voglia di fare qualcosa. una cosa qualunque. però con lo stesso entusiasmo che avevi a vent’anni, quando dovevi studiare per un esame pallosissimo e sul margine della somma teologica fotocopiata facevi la lista delle cose che avresti preferito in quel momento e che avresti potuto fare soltanto una volta finito di studiare. tipo pattinare, fare i biscotti, volontariato al gattile, bondage.
in quel momento lì, capisci che stai guarendo.
però bisogna ricominciare a cercare i pezzi e girarli in modo che combacino e poi, armarsi di colla, e capire che, nonostante le imperfezioni e le sbeccature, i pezzi quelli sono, e te li devi tenere. non li puoi cambiare, non puoi spendere la tua vita dannandoti a seguire una perfezione che non esite e non esisterà mai. e forse è lì che cominci ad assolverti un po’ e a volerti un po’ di bene.
[special thanks to my shrink]